Hello world!

Giro il mondo da quasi 20 anni e mi e’ venuta voglia di raccontarlo, cosi’ grande e incredibile. E sconosciuto ai piu’. Luoghi, genti, idee, ma anche miti e leggende. E tante tantissime storie. Benvenuti!

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I nostri bambini girovaghi…

Mi piace moltissimo andare a prendere mia figlia a scuola e vederla apparire in una mischia di ragazzi e ragazze di tutte le nazionalità, razze e colori. Gli indiani d’Africa col bhindi rossosulla fronte, le ragazze e bambine musulmane col chador anche sotto al sole cocente dell’estate tanzana, le africane in minigonna, gli occidentali biondi e allampanati. Ragazzi e ragazze che si portan sulle spalle violini o tromboni, o grandi poster o cineprese per chissà quale progetto scolastico.

E’ una cosa che mi emoziona, non solo vedere lei, a suo agio, in questo mondo multilinguistico e multiculturale; ma anche vedere questi bambini, da poco diventati ragazzi, affrontare l’adolescenza secondo dei sistemi di valori che, se pur ben identificabili, lasciano comunque intravedere possibilità di evoluzione e cambiamento all’interno stesso delle loro culture d’appartenenza.

Saranno forse i dubbi e i tumulti dell’adolescenza, ma forse anche questa Third culture
nella quale navigano, si confrontano, si traformano grazie alle scuole internazionali che frequentano, ai lunghi periodi di espatrio in paesi terzi, ai viaggi in strane zone del mondo.

Certo è che questi bambini, ragazzi, studenti che affollano l’uscita della scuola di Dar es Salaam, di Khartoum o di Islamabad sono dei bambini con una consapevolezza acuta dei confini del mondo e delle sue infinite possibilità, linguistiche, culturali e religiose. Sarà difficile inculcare loro disprezzo e paura dell’altro, perchè loro con l’altro sono cresciuti, hanno imparato a leggere e scrivere, hanno cantato, pianto, giocato e studiato. Come si fa ad imparare a odiare colui o colei che ci hanno accompagnato nelle fasi più avventurose e divertenti ma anche più significative e fragili della nostra vita?

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Da Khartoum a Dar es Salaam

Una settimana fa io e la mia famiglia ci siamo trasferiti da Khartoum, Sudan a Dar es Salaam, in Tanzania.

Eravamo arrivati a Khartoum neanche un anno fa, a fine gennaio 2009, dopo 3 anni nei Balcani. Ed eravamo convinti che a Khartoum saremmo rimasti almeno 2 anni, se non 3. Invece poi, in autunno, la sorpresa, l’offerta di Dar es Salaam, inaspettata. E che naturalmente abbiamo accettato al volo.

Perchè? Perchè la nostra vita a Khartoum si era rivelata molto più difficile di quanto avessimo immaginato. E perchè il Sudan ha ricominciato una lenta discesa verso il caos, la guerra al sud, la sicurezza ridotta per il personale internazionale umanitario. Inoltre, dal punto di vista personale, la vita a Khartoum non mi aveva proprio rallegrato, per lo più dentro casa, all’inizio senza molti contatti, insomma… non proprio il massimo.

Così, poco prima di Natale, richiuse tutte le nostre Cose di Casa in 21 bauli rieccoci in viaggio.

Prima destinazione, Nairobi, per passare un fine settimana pre natalizio con amici cari e in un Africa diversa dal clima secco e arido di Khartoum. Con la sua vegetazione lussureggiante e il clima fresco e energizzante dei suoi  1800m, i centri commerciali, i mercatini Masai, i parchi (vedi Cartolina da Nairobi su http://www.expatclic.com), Nairobi è stata un punto di passaggio importante per una transizione dolce dal deserto di Khartoum all’Oceano Indiano della Tanzania dove arriviamo poco prima di Natale e dopo un’ora e un quarto di volo leggero, nel cielo blu terso africano, destinazione Dar es Salaam, la Porta della Pace. E che pace!!!

 
 

 
     

 
 

 

Ok, lasciamo perdere il traffico che ci ha fatto impiegare più di un’ora (più del volo da Nairobi!!) per il passaggio dall’aereoporto a casa, ma ragazze, che meraviglia!! Dai finestrini della Jeep vedevamo centinaia di uomini e donne in attesa dell’autobus, oppure in macchina oppure fermi a chiacchierare o a passeggio con bambini piccoli, lungo viali pieni di alberi dalle foglie a me del tutto nuove (sono diversi tipi di acacia gli alberi in Tanzania), in un’atmosfera rilassata, donne e ragazze in top e gonne strette, o larghe o in jeans o in shorts, non importa, uomini e ragazzi in camicie colorate, bellissimi, alti, spesso longilinei, alcuni col berretto musulmano, la maggior parte però no, ovunque tantissimo colore e un sacco di facce che ridono, parlano, cantano, incredibile! Tutto così assolutamente lontano e diverso da Khartoum…

I primi giorni abbiamo girato in lungo e in largo questa piccola città immensamente trafficata ma tutto sommato tranquilla e piacevole. Il porto, col suo grandissimo mercato del pesce; le vie dietro al porto, piene di negozietti indiani, ristorantini indiani e swahili, palazzine che ricordano lo stile portoghese di Goa o di Mombasa, facce di tutti i colori, la brezza dal porto. Bastano poche parole per essere parte della folla. Che per lo più sorride, affaccendata, mentre il caldo umido avvolge tutto a mo’ di velo acquoso, non insopportabile, solo molto caldo.

 
 

 

 
 

Quando al tramonto rientriamo nella nostra nuova casa – nella penisola, nella zona di Masaki, su a nord, vicino alla scogliera – in macchina costeggiamo l’Oceano Indiano, con le sue palme sottili mosse dal vento, la bassa marea che mostra l’arenile in attesa. L’odore salmastro, la brezza umida, tutto mi ricorda qualcosa di familiare, il mare nostrum forse del Mediterraneo, chissà…

 
 

 
 

 
 

Ma no, qui siamo lontani, super lontani. Davanti a noi si apre una distesa d’acqua enorme, oceanica appunto, che in un viaggio avventuroso ci porterebbe dritti dritti verso Jakarta e più oltre, la Papua Nuova Guinea. Un mondo nuovo per me, assolutamente. Oltre la linea dell’Equatore, dove l’inverno europeo è l’estate equatoriale e dove la giornata inizia puntualmente alle 6:40 e puntualmente alle 18:40 si trasforma in azzurro scuro e poi blu notte.

Guardo tutto, spalanco occhi e narici e orecchie e bevo tutto quello che posso con grande intensità e piacere. Mi sono innamorata di Dar es Salaam.

Dicembre 2009

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Hello Mr Beshir…

Oggi è il 7 marzo, da tre giorni ormai il Tribunale Penale Internazionale ha emesso il mandato d’arresto contro il Presidente Omar Al Beshir per crimini di guerra e crimini contro l’umanità in Darfur.  Il 4 marzo mattina la tensione in città era evidente, e ovunque. Molti militari e poliziotti, agli angoli delle strade e presso le ambasciate e le banche e gli uffici importanti. Già il 3 era stato deciso da tutti, sia i privati, che il settore governativo così come ovviamente le rappresentanze diplomatiche e le organizzazioni internazionali, che espatriati e internazionali avrebbero dovuto restarsene chiusi in casa per qualche giorno, per evitare di essere oggetto di rappresaglia da parte di cittadini ‘arrabbiati’ o bande incontrollate di miliziani vicini al Presidente. Abbiamo fatto scorta di latte, pasta, carne congelata, burro, biscotti. Lampadine. Candele. Pile. Cercando di capire che cosa sarebbe successo…

In realtà non è successo granchè. Certo, grandi dimostrazioni di piazza, su al centro, verso il Nilo, ci sono state sia giovedi che venerdì; propaganda forse. Ma gli scontri, gli assalti, gli attacchi incendiari contro il compound dell’ONU o di altre organizzazioni internazionali non ci sono stati. O fino ad ora almeno. Ci eravamo chiusi in casa con un gran timore di violenze e rappresaglie. L’ansia – che montava da giorni in previsione della data X nel mio caso si era davvero trasformata il 4 marzo in vera e propria paura. Non ho vergogna a dire che poco prima dell’annuncio del TPI ho dovuto prendere qualche goccia per calmarmi. Adesso, col senno di poi, sorrido anche un po’ davanti alle paure un po’ da clichè che ci prendono quando viviamo scenari mai vissuti prima, in contesti poi così difficili.

Ma è anche vero che la sicurezza in espatrio non è sempre scontata. Forse, in realtà, non lo è mai neanche a casa nostra; io – come molte tra noi credo – sono cresciuta in un’Italia devastata da bombe, attacchi terroristici, gambizzazioni, manifestazioni e cortei in cui spesso ragazzi e ragazze ci lasciavano la pelle. Chi vive o ha vissuto a Palermo, Roma, Milano, Bologna, Napoli avrebbe tante storie da raccontare.

Eppure, a casa nostra ci sentiamo sicuri. Mentre fuori, ci sentiamo molto più vulnerabili. Forse la barriera linguistica, l’insicurezza che deriva dalla non conoscenza del luogo, dall’impossibilità – in alcuni paesi come per es. il Sudan – di poter prendere la macchina e fuggire. Chi lo sa… Fatto sta che spesso, la paura di quello che potrebbe succedere – così come le ansie di chi ci chiama dall’Italia, per sapere come va… – rendono tutto molto più drammatico e insostenibile di quanto non sia.

Alla fine infatti, a noi, non è successo nulla. Al paese, al Sudan, alla sua popolazione sì, ma ce ne accorgeremo solo tra qualche settimana, tra qualche mese. Per il momento infatti Khartoum sembra tranquilla. Non sono previste manifestazioni, i negozi riaprono, la gente torna per le strade di Amarat. Sono andata in avanscoperta a comprare latte e pane – vestita da siriana in kajal, chador, abaya – e per ora sembra che tutto sia di nuovo come prima, un normale sabato di fine settimana. Presto gli arabi impareranno a vivere con la condanna internazionale, si stringeranno sempre più attorno al loro presidente, accusando la comunità internazionale di neo-Colonialismo, di ingerenza e di spionaggio. Bashir continuerà a sfidare il Tribunale Internazionale, i suoi amici africani lo proteggeranno.

Gli altri, i Neri, gli Africani del sud o le popolazioni del Darfur, del Khordofan e di altre regioni del paese continueranno a vivere nella paura, nell’indigenza, nel non rispetto dei diritti umani.

I bambini e la loro infanzia rubata continueranno a riempire pagine di riviste e tabloid patinati, e a morire di fame, di malattie e di grande infinita tristezza. Mai, come oggi, ho provato pena per un paese intero, per la sua popolazione, per i suoi bambini e le loro capre.

 
Khartoum, Marzo 2009

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A Khartoum

Piano piano ci adattiamo alla nuova situazione. Nuova casa, un appartamento dai saloni immensi dove tutto risuona in un eco continuo e dove la gatta si nasconde, allungata sul pavimento in cerca di frescore.

Nuova città, sonora, movimentata, impolverata: qui solo le arterie principali sono asfaltate, le vie ‘secondariè sono solo sabbia del deserto. Rossiccia, tipo Terra di Siena…

 

Una strada di Khartoum

Una città che, se nei primi giorni si declina su poche strade, inizia poi, col passare del tempo, ad allargarsi e ad offrire nuovi spazi, nuovi viali, nuovi angoli, nuove possibilità. Così che le impressioni dei primi giorni vanno a miscelarsi in un film senza fine con le immagini nuove, ora elaborate diversamente dal nostro cervello. Perchè non più nuove e inaspettate, ma già simili a qualcosa che abbiamo oramai imparato a ri-conoscere. Strade polverose tra cancellate e mura alte due metri almeno, dietro cui si ‘nascondono’ palazzine e villette; agli angoli delle strade piccole stamberghe malferme come se ne vedono anche in Asia, piene di sigarette, caramelle, biscotti, pepsi cola per gli ultimi acquisti del momento.

Un minareto che spunta tra scheletri di case forse mai finite; un viale alberato e ordinato che scopriamo essere quello dell’Ambasciata d’Italia. Un isola verde nel mezzo di uno slargo dove si trova un Caffè con i tavolini all’aperto per sorseggiare – in mezzo al traffico di Khartoum – un cappuccino e un delizioso bignè alla crema!

Questo, diciamolo, è anche il bello del vivere in città così fantasticamente complesse e diverse dalle nostre città europee. Il trovare improvvisamente la possibilita’ di un’isola verde con una tazza di cappuccino in mezzo al caos urbano e metafisico in cui si struttura la città. Queste piccole deliziose sorprese che fanno la giornata, queste chicche improvvise e inaspettate che invece in Europa diamo sempre per scontate. Quel negozio vende carne di manzo, li’ si trovano olio d’oliva extra vergine e pelati italiani; li’ ancora, a volte si trova il tonno in scatola; o quaderni o contenitori di plastica o pennarelli Pelikan. Insomma, a buon intenditor…

Approfittiamo dei fine settimana per girare la città in lungo e in largo. Khartoum è una città molto estesa, che si allarga sulla Y rovesciata che si crea dall’incontro tra il Nilo Bianco e il Nilo Blu e che conta oggi almeno, se non oltre, cinque milioni di abitanti. È anche chiamata la Three Town, proprio per questa triplice forma che assume nei suoi tre diversi insediamenti.

In mezzo, ma davvero quasi a dividerla in due, c’è l’Aereoporto con le sue piste di decollo e atterraggio. Ogni 10, 20 minuti un boeing o un A310 ci passa sulla testa a distanza più che ravvicinata e per tutto il giorno si sentono i motori dei Cessna o dei Fokker dell’ONU e dell’ICRC (e di altre agenzie internazionali) pronti a partire per il Darfur o per il sud.

Il traffico è caotico, ognuno va per la sua, senza badare molto all’altro viaggiatore, che sia questo su di un SUV, o su una jeep di qualche grande organizzazione internazionale (UN, ICRC, OXFAM…) o più semplicemente dentro una piccola berlina, un rikshaw, un carretto trainato da un asino. I marciapiedi non esistono, ma in qualche modo qualcuno li ha inventati e sono i margini delle strade, impolveratissimi. Li’, ci accorgiamo, sono appostati i venditori di frutta e verdura, dei cocomeri enormi. Se tiri sul prezzo riesci a portartene uno a casa per meno di 3 euro.

La planimetria della città conserva ancora la struttura della Khartoum dell’epoca coloniale, quando il Sudan era un mandato anglo-egiziano. Così, la parte a sud del Nilo resta quella governativa, ufficiale e rappresentative della città, con i grandi viali alberati e le grandi palazzine costruite in diversi stili: c’è di tutto, dal puro neoclassico dell’Ambasciata egiziana, al techno tutto acciaio e vetri della Corte Suprema.

La Nile Street, che si affaccia sul Nilo Blu ci propone una vista molto bella, quella di una fiume dal letto molto ampio che si appoggia tranquillo e inondato di sole su sponde per lo più non asfaltate e ampie di rena gialla. In mezzo, a nord-ovest, la grande isola di Tuti dietro la quale il Nilo prosegue la sua corsa su su verso il Cairo. Alla destra dell’isola invece scorre il Nilo Bianco, basta proseguire lungo la Nile Street verso la picola sporgenza che gira poi ad angolo: qui i due fiumi si incontrano e si vede come effettivamente abbiano un colore diverso, chiaro il Nilo Bianco, più scuro e denso il Nilo Blu.

Attraverso i vari ponti che lo attraversano, passiamo sul Nilo ed arriviamo a Khartoum North, la parte più industriale della città. Anche qui tutto è color ocra e non ci sono alberi. Tornati sulla sponda meridionale ci dirigiamo verso il Nilo Bianco a ovest e lì prendiamo il grande ponte che ci porta a Omdurman, la vecchia capitale del Sudan, dove le truppe britanniche dovettero confrontarsi in una lunga battaglia con l’esercito e la figura carismatica del Mahdi. Il Suq di Omdurman è molto pittoresco ma non possa fotografarlo, non ho ancora il Photo Permit. In realtà non abbiamo ancora ricevuto i passaporti col visto, quindi è meglio tenere un profilo basso. Guardiamo, compriamo, chiacchieriamo per quanto possibile con il nostro arabo dimenticato, l’aria sembra quasi più respirabile, una brezza ‘fresca’ gira e fa vorticare la polvere.

Ci rimettiamo in macchina e torniamo verso casa, nel quartiere di El Amarat, a fianco all’aereoporto. Amarat è il quartiere del commercio popolare, c’è una vita intensa, che ricorda quasi il centro delle nostre cittadine italiane nella sua febbrile intensita’. Costruito tra gli anni ’60 e ’70, subito dopo l’indipendenza, con squarci anche più vecchi, Amarat ha il sapore dell città vecchia che invece manca nella zona più a nord della cittàistiruzionale; così come manca nelle nuove zone residenziali di Reyad e Manshyya, ad est. Certo, l’aereoporto è a un passo e gli aerei atterrano letterlamente sulle nostre teste. Ogni giorno dall’alba sera tardi arrivano o decollano aerei di linea, cargo e soprattutto i piccoli aerei dell’ONU che fanno spola col Darfur. A casa il silenzio è raro. In genere è tutto un rullare, una sensazione di motorino elettrico sempre acceso, c’è sempre qualcosa che vibra. Chiudo le finestre ma anche in casa tutto rimbomba, ogni minimo rumore si amplifica, è una sorta di cacofonia costante. Mi dico che l’appartamento una volta pieno di mobili, libri e tappeti rimbombera’ meno, ma i rumori della città rimarranno li’. Anche i cinguettii degli uccellini e le urla dei ragazzini della scuola qui a fianco.

Febbraio 2009

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Il nostro espatrio a Khartoum

Un nuovo espatrio inizia non appena pronunciato il nome della possibile prossima destinazione. Non appena si cercano su internet foto della città, notizie sul clima, sulle strade, sulle scuole…

L’espatrio inoltre si materializza geograficamente quando iniziamo quel magnifico processo di proiezione attraverso il quale ci immaginiamo
già lì: nei vestiti locali, a ripararaci dal caldo, o dal freddo, o dalla pioggia del posto. A camminare tra la gente, in un grande bazar; o lungo viali ordinati e un pò sonnolenti…. comè sarà la nostra nuova vita? A quali nuovi ritmi e suoni dovremo confrontarci?

Ma niente è più emozionante della prima visita all’ambasciata del nuovo paese. A Berlino, l’Ambasciata del Sudan è un piccolo appartamento di poche stanze, alcuni poster e cartoline sbiadite, forse degli anni ’70, che rimandano immagini del Nilo, delle Piramidi di Meroe… Una pubblicità delle motonavi che raggiungono Port Sudan, navi dai nomi suggestivi, come quella chiamata ‘Darfour’… Chissà se è ancora possibile viaggiare per mare, arrivare da Marsiglia o da Tunisi attraverso il Canale di Suez, giù fino a Port Sudan…?

Non lo so. Noi arriviamo a Khartoum, a metà gennaio, e dall’aereo, appena in Africa, vediamo una enorme e piatta distesa di giallo: è il deserto! Allora esiste, non è solo un ‘luogo letterario….’

Poi, dopo ancora qualche ora di volo tranquillo, iniziamo la discesa verso la nostra nuova destinazione e iniziamo a distinguere una lunga e sinuosa striscia scura che poi diventa verde e che poi, capiamo, diventa… il Nilo. Welcome to Sudan!

L’aereoporto è piccolo ma ordinato, i bagagli arrivano subito, perfino la gatta siamese, dentro la sua gabbietta ci arriva sul nastro trasportatore…

Usciamo dall’edificio con le nostre 6 valigie, 3 bagagli a mano, una bambina e una gatta e ci accoglie uno di quei meravigliosi tramonti africani che impregna l’aria densa di odore di terra più fresca. il cielo è quasi rosso, ci sono 27 gradi e sono le sette di sera. Benvenuti a Khartoum.

La prima notte nella nostra nuova casa la passiamo tranquilli, piacevolmente colpiti dal caldo, dopo l’inverno rigido di Berlino. Dormiamo il nostro primo sonno sudanese sotto grandi letti a baldacchino avvolti da enormi reti anti-zanzare. Poi, alle 5:10 il primo richiamo alla preghiera “Allah u akbar…” L’Islam, di nuovo, ci avvolge senza che ce ne accorgiamo, ancora una volta, come in Pakistan: sembra di essere infine tornati a casa dopo la durezza dei Balcani.

La mattina dopo, porto la bambina alla sua nuova scuola e ho così la possibilità di dare un’occhiata alla città. Dalla macchina, tutto sembra orizzontale, giallo, ocra, rosso, mentre il cielo è blu già fin dalle 7 del mattino. Sarà così tutto l’anno, il sole sorge verso le 7 e tramonta verso le 19.Mi dicono che tra poche settimane, quando farà veramente caldo, i negozi aspetteranno il tramonto prima di aprire…

Un autista etiope di rikshaw ci porta al grande suq popolare a nord della città. Non ci pare molto diverso da un bazar indiano o pakistano, ma i prezzi sono esorbitanti. Ci dicono che tutto arriva da fuori, pomodori, patate, lattuga… Compriamo del riso egiziano, delle mele siriane. Le zucchine, sono libanesi, un pò moscie. I fagiolini, vengono dal Sud, sono freschissimi… L’autista procede nelle transazioni, chiede sconti, si arrabbia, fà finta di mollare, spiega mentre il venditore, nero nero in una lunga jallabiya bianca sorride, scherza, spiega, giustifica… Seguiamo la conversazione attraverso i numeri, ash’ara, harba, khamsa… Adesso ci sintonizzeremo sull’arabo, la nostra prima lingua, quello che ci fece incontrare, me e Matthias, tanti anni fa a Damasco.

Fatta la spesa, torniamo nel nostro appartamento fresco e quasi buio. L’architettura arabo-islamica si difende dal sole e dall’esposizione, dal caldo e dagli sguardi indiscreti. Le poche finestre che abbiamo sono schermate, ma la luce del dopo pranzo filtra lo stesso. Ci sdraiamo sui divani sotto i ventilatori. Presto la bambina tornerà da scuola, bisognerà prepararle il pranzo, aiutarla a fare i compiti, giocare, riprendere un ritmo di vita quotidiano e semplice. A Erevan, come a Islamabad, a Skopje come a Khartoum. L’espatrio ci sposta come pedine sul grande scacchiere che è il mondo, e noi restiamo noi con in aggiunta una gattina viaggiatrice…

Khartoum, gennaio 2009

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The Italian Job

There are moments in the life of an expat when he/she is forced to deal with the political and economic reality of his own country. Regardless of his whereabouts and the time he has spent far from home, the citizen comes back to his nation by honoring one of the highest moments of his social contract: the elections.

In my case, the Italian one, the elections have ever since been an occasion of high reflection over the poor destiny of Rousseau’s noble idea of the Social Contract.

Because if this is the moment that more than other reflects and proves the citizens’ freedom, it is also the mirror of the citizens’ duties and responsibilities towards their Nation and the future of their Nation.

“(…)Rousseau’s principal aim in writing The Social Contract is to determine how freedom may be possible in civil society, and we might do well to pause briefly and understand what he means by “freedom.” In the state of nature we enjoy the physical freedom of having no restraints on our behavior. By entering into the social contract, we place restraints on our behavior, which make it possible to live in a community. By giving up our physical freedom, however, we gain the civil freedom of being able to think rationally. We can put a check on our impulses and desires, and thus learn to think morally. The term “morality” only has significance within the confines of civil society, according to Rousseau. Not just freedom, then, but also rationality and morality, are only possible within civil society. And civil society, says Rousseau, is only possible if we agree to the social contract. Thus, we do not only have to thank society for the mutual protection and peace it affords us; we also owe our rationality and morality to civil society. In short, we would not be human if we were not active participants in society.(…)”

Well, so talked Rousseau in the XVIII century…

Coming back to present days, let’s take Italy and the result of last week elections. While for many Italians, the uncontestable victory of Berlusconi and Bossi (the leader of the Northern League, the party seeking autonomy or independence for northern Italy) is viewed as a blessing for the restoration of the country’s fiscal and economic resurrection, for many others his win is an apocalyptic nightmare most likely to bring about the final extinction of those old catholic and socialist values that so much have affected Italy for the last sixty years. Others, have just decided not to vote at all: for them the farce of the so called “democracy” had gone too far. Or perhaps their hope is simply gone.

Whatever is our personal opinion about the winners, one can not help but wonder where the morality and severity of old values have however gone as well as what has happened in the last decades that has make the gap between voters /citizens and their politicians so vast and impossible to zip up. So much so that many nations in Europe and elsewhere have apparently been happy to trade their finest socially democratic tools (elections, parliament’s control, information amongst others) to promote instead more individual actions that boost up greed and personal enrichment at the expense of the whole society.

It is indeed complicate to understand Italian stuff. Think about some of the bestsellers of last years: The Caste – How Italian Politicians Became Untouchable and Gomorra. Written in 2007, The Caste is a book about corruption and excesses in Italian politics, claiming that Italian politicians are the best-paid in Europe, with lavish benefit and privileges unheard of elsewhere on the continent. The book has sold more than 1 million copies — extraordinary for a non-fiction book in Italy and has provoked an avalanche of angry reactions especially amidst – of course – politicians and state employees.

The other one, Gomorrah, written in 2006 by Roberto Saviano, is a book that strongly denounces the activities of the Camorra ( the Neapolitan “mafia”), described not only as a criminal organization but as a real system of control and command more than ever colluded with political and economic power; in other words with politicians, their parties, their money and so on. Due to the accusations and allegations reported in the book, the young author lives ever since surrounded by bodyguards and a police armed escort, while his book doesn’t stop being a bestseller, sold in 43 countries and already translated in 29 languages.

Well, living abroad and coming across these two books was like a divine call for me! I thought that finally, something was really changing in Italy. That finally politicians and tycoons would be called to a sort of moral judgment where their crimes wouldn’t remain unpunished. I thought and believed, as many surely have, that having had their corruption and petty felonies so exposed to the eyes of the citizens would certainly bring the Italian civic society to severely condemn their betrayal and treachery.

Indeed, I thought about that Social Contract proposed by Rousseau where responsible citizens would take the destiny of their country in their clean hands and put an end to the long-lasting robbery of her resources. I assumed that morality would be reestablished at the heart of the very democratic tool, the elections, as the criteria through which to express a vote – for the citizens as electors; and as the prism through which to judge performances and trustworthiness of those citizens elected by it.

And so it was that I took part in the elections once again (last time was in 2006), once more voting according to my political faith and yet once more keeping in mind the wellbeing of the nation.

Despite my good intentions however, Italy has taken her choice and here we go again with Berlusconi and his right wing gang. Morality and values, ethic and social responsibility seem more than ever nothing but a nostalgic touch. Poor Rousseau might well keep turning in his grave, Italians are definetely more… astonishingly unpredictable than he might ever think.

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