Noi cittadine del mondo…(1)

Che vita quella delle cittadine del mondo, quelle che come noi hanno imparato a racchiudere la loro vita in poche valige, pochi bauli al seguito. Vita affascinante, ricca di eccitazione per la nuova partenza, per qualcosa di nuovo che inizia, per la possibilità di poter ‘abbandonare’ cose e situazioni che ci sono venute a noia. Ma anche di momenti bui, di cose pesanti da fare e da sopportare all’arrivo, come la ricerca – spesso lunga e difficile – di una nuova casa, di una nuova scuola, di una nuova vita a tutti gli effetti. Spesso in un mondo completamente sconosciuto, dagli usi e costumi diversissimi dai nostri o da quelli a cui ci eravamo appena abituate. Una lingua diversa, un clima diverso. Affrontare tutto questo e non lasciar trapelare, soprattutto davanti ai nostri bambini più sensibili, la grande solitudine che ci prende a volte o la nostalgia di quanto appena lasciato. E i problemi pratici, come la ricerca – per alcune di noi fondamentale – di una connessione internet che ci riunisca col mondo anche se ancora accampate in due stanze, con i bauli per aria magari in una stanza d’albergo. E tutto questo con i bambini che si sentono un pò smarriti senza i loro giocattoli, senza saper che fare, dove portarli, in una città che ancora non conosciamo nè capiamo. E, spesso, anche con un compagno / marito che esce di casa al mattino e torna la sera tardi frastornato nel suo assestamento al nuovo lavoro, ai nuovi colleghi, al nuovo tutto.
 
Quante di noi hanno vissuto questi momenti? Con la mamma che a volte ci fa star peggio quando al telefono ci chiede chi ce lo fa fare di vivere così… o se abbiamo parmigiano e Lavazza al supermercato e che non capisce che è già grasso che cola se c’è un negozio di alimentari, altro che supermercato! Il parmigiano noi siamo abituate a non averlo… altrimenti ci saremmo già sparate qualche tempo fa… E soprattutto non capisce la mamma – perchè preferiamo non dirglielo – che al momento stiamo lottando contro formiche microscopiche in cucina (Dar es Salaam), scarafaggi giganti nei bagni (Islamabad), scorpioni (Erevan) o tempeste di sabbia del deserto fin dentro al frigo (Khartoum); mentre appunto i bambini vogliono andare al parco, il marito è troppo stanco per pensarci e noi stiamo segretamente considerando di usare i pochi euro che ci sono rimasti nel portafoglio per farci un biglietto di sola andata a New York…

Che vita la nostra, passata tra un cambio paese e l’altro, un’ impacchettare casa e spacchettarla di nuovo, portando i bambini a scuola nel traffico allucinante della metropoli asiatica come attraversando spaventose pozzanghere in Africa. Certo che abbiamo la patente internazionale, come faremmo sennò a guidare macchinone di 5 metri in condizioni simili? Al buio dopo il tramonto o in caso di black out? Strade piene di buchi, senza semafori, piene di gente che ti si butta letteralmente sotto le ruote. Poi fan ridere i parenti o gli amici che non si fidano a prestarti la macchina quando rientri in Italia. E che ti guardan storti se accenni alle poche cose positive che riesci a fare laggiù. Perchè certo l’idea che si ha di noi donne expat al seguito di mariti / compagni in missione all’estero è quella di donne praticamente vacue ed annoiate, novelle casalinghe borghesi pronte a passare le giornate a rifarsi le unghie, a seguire un corso di bridge o una lezione di tennis. Nessuno che ci chieda mai come diavolo riusciamo noi a riempire le nostre giornate, a Kinshasa come a Mosca, o se ci viene mai voglia di lavorare, o di occuparci di qualcosa anche senza permesso di lavoro. Già nessuno chiede, pochi domandano in maniera retorica, altri ci fanno apertamente notare che non abbiamo diritto ad una sola lamentela noi che ce la godiamo un mondo. Ma dove, domando io, a Khartoum?!

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Vita da expat, innamorata del mondo e delle sue infinite possibilita'... scrivo, penso, ogni tanto fotografo...
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