Ieri sera a Olivaerplatz

Ieri sera erano le 21 ad Olivaerplatz. Seduta sotto la cabina del bus, aspettavo che passasse un bus qualsiasi come a segnare il tempo. Era una bella serata d’autunno, un sacco di foglie gialle sul marciapiede spazioso, sotto alberi dalle fronde ancore piene e morbide. Eppure, una pioggia leggera ogni tanto ne faceva volare via qualcuna.
D’un tratto, da dietro un tiglio sbuca una strana coppia. Entrambi sulla cinquantina, lui con una berretta da caccia alla volpe, i baffi sotto un naso un po’ lungo, il gilet di lana sotto la giacca, pantaloni con la piega e belle scarpe in tinta. Un lupo della steppa, asciutto, elegante ma con qualcosa di irriverente e beffardo nella risata e nell’eccitazione carnale evidente. E infatti subito dopo ecco che afferra per la vita la donna bruna, una bambolona adulta su tacchi a spillo e gambe ben rotonde, ed inizia a baciarla con una passione ed una furbizia tale che lei, la bella leonessa, non può che ricambiare e allora poi eccoli volteggiare, sì, ballare un qualche passo di danza in un abbraccio sensuale, lui minuto sotto i baffi e la berretta, lei famelica avvolta in un palteau cashemire ed una chioma nera da pantera felliniana. Eccoli abbracciati, che ridono e si baciano e ballano, piroettano, sotto le fronde degli alberi, senza avvertire ne`l’umido della pioggia, nè il sorriso mascherato dei pochi passanti. Girano in tondo, figurando passi e caschè con incredibile leggiadria, i piedini di lei quasi sfiorano il marciapiede ricoperto di foglie, come se lui la elevasse con la sua allegria sfrenata da quello strato scivoloso di humus. Si toccano, si baciano, si dicono cose stupende, che bellezza vederli lì, sentirli assaporare quella passione folle, quelle paroline senza senso, quegli accenni carnali tra un pas de deux e un caschè sotto le fronde umide di Olivaerplatz…

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Il Mal d’Africa 2

Stamane alle 8:30 sono uscita per andare a pagare la connessione internet. Ho dato un passaggio a due vicine di casa, due iraniane vestite in spolverino e chador. Non parlavano inglese, o meglio, una sí, Shahla, che mi ha anche stupito vedere cosí, lei che si é da poco convertita al Cristianesimo e che gira per il compound in gonna di jeans e magliette che a mala pena contengono le sue rotonditá.
Ma forse, mi sono detta, lo fa per non imbarazzare l’amica. Io stessa, alla guida della mia jeep, in maglietta scollata blu e gonna di tela, con le gambe abbronzate e allegra nella mia spontaneitá, mi sono sentita per un attimo presa da pudore. Mi sono anche detta, forse Lei non vorrá salire sulla macchina di una ‘scostumata’…! Poi invece lei é salita e spero che abbia goduto, con me, della mia libertá.

Pagando per la connessione internet all’Ufficio Statale per le Poste e Telecomunicazioni Tanzane, sotto lo sguardo sereno di Nyerere, le banconote divise per bene in mazzetti da dieci l’uno, ho ancora una volta aspirato l’aria swahili. Il salmastro del mare, l’acre del sudore umano filtrato dal nylon, i profumi, gli incensi. I sorrisi svampiti, incuranti e pur sempre aggraziati. Non so, vi é un modo di sentirsi sempre un ospite gradito. Basta non addentrarsi troppo, lasciare una nuvola di fraintendimento fra sé e gli altri per non svalicare e creare inutili e spiacevoli misunderstanding.

Tornando verso casa, ho preso il lungo mare. Alle 9 c’era alta marea e il mare era bellissimo, tanto, celeste e pieno di luce che veniva dal sole giá alto, ma pur sempre ancora sul mare.

Mi sono chiesta allora, come si lascia un luogo? Come si fa a lasciarlo, ad andar via senza una promessa, senza un futuro? Provo a colmarmi di mare e di alberi, di salmastro e di vento eppure, lo so, non riusciró a portare via con me Dar es Salaam, né la savana, né le immagini di baobab solitari che squarciano i cieli con i loro rami impazziti.
Come loro, il mio sará un grido di dolore lanciato dentro di me e che rientrerá dentro di me con la forza potente di un temporale africano. Mi lascerá sfinita, giá lo so. Perdo una vita, che pure è “ (…) nei miei ricordi e dunque mi appartiene.”

Memoria d’Africa improvvisa. Non ci avevo mai pensato a questo male.

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Dar es Salaam

Dar es Salaam è una cittadina graziosa, allungata sulla costa dell’Africa orientale.

    

Poco più giù dell’isola di Zanzibar, bagnata dalle acque calde dell’Oceano Indiano, piena di alberi rigogliosi e granchi giganti, Dar è una città ancora relativamente piccola, con un centro storico sviluppato attorno al porto e che conserva ancora l’urbanistica coloniale del secolo scorso. Purtroppo però cominciano ad essere visibili gli orrori di alcune costruzioni moderne, tutte vetri e acciaio, veramente sgraziate. E che fanno una gran brutta figura tra le palazzine a tre piani, le balconate di legno, lo stile che ricorda il Liberty italiano e mediterraneo del primo quarto del Novecento.

      

In centro, subito dietro al porto le strade sono piene di negozietti, di gioiellieri, di cartolerie. Una via è piena di negozi di kanga, il telo che le donne locali usano avvolto sui fianchi. Ce ne sono di bellissimi, coloratissimi, alcuni col volto di personaggi famosi come Obama, Sai Baba ed altri. Ce n’era uno stupendo, prodotto in Mozambico, verde bosco con al centro un medaglione con un volto di donna in stato di rivoluzione… Dia da Mulher diceva, un kanga pensato per l’8 marzo…

  

La maggior parte del commercio è gestita dalla comunità indiana. In realta` non si tratta di una comunità omogenea, perchè molti tra loro sono originari del Gujarat, e sono musulmani. Ma molti altri provengano da tante altre parti dell’India e sono Indu, o Sick o Jain. Gli indiani sono arrivati in Africa Orientale nel corso dell’Ottocento, grazie al commercio con il sultanato di Zanzibar. Ma anche dopo a seguito degli inglesi, come ingegneri (pochi) e come manovalanza (tanti) nella costruzione di infrastrutture che l’impero Britannico aveva avviato sul continente. Molti indiani si sentono africani, in Kenya, in Uganda e in Tanzania. Didi Amin la pensava diversamente e cacciò gli indiani dall’Uganda nei primi anni ’70. In Kenya la tensione fra comunità indiana e africana e` sempre più acuta ma in Tanzania tutti sembrano rilassati. A Dar es Salaam per lo meno, la gente sembra non far caso alle differenti etnie. Eppure le differenze si vedono e basta chiedere in giro per sentire un po’ di scontento.

Il centro di Dar è pieno di templi, di moschee, di centri religiosi anche ismailiti. Ci sono anche un paio di cattedrali cristiane, ma non sono molto belle. E una chiesa ortodossa appartenente alla comunità greca. Ogni venerdi alle 9 di sera i Greci di Tanzania si riuniscono nel Partenone, il loro club privato e mangiano, bevono e soprattutto ballano le loro danze tradizionali. Come a Khartoum, è bellissimo vedere i Greci così ben introdotti e a loro agio anche qui a Dar.

Quando vado a passeggiare per le vie trafficatissime attorno ad India Street vado sempre a mangiare da Purnima, un ristorantino indiano dove si mangia un thali così fresco che se si arriva dopo l’una già si rischia di non trovarlo più. Una porzione costa appena 6000 THS, vale a dire 3 EUR. Niente. Tutto attorno ci sono venditori ambulanti di frutta secca, ragazzi e uomini più anziani che fanno la siesta o giocano a back gammon.

Dar capitale lo è stata per pochi anni, dal 1974 infatti ha passato lo scettro a Dodoma, cittadotta nel mezzo della Tanzania, priva della grazia oceanica di Dar es Salaam.

A Dar le giornate iniziano prestissimo.  Se non si lascia la Penisula di Msasani/ Masaki prima delle 6:30 poi si rischia di rimanere imbottigliati nel traffico anche per un’ora. Il sistema stradario non è particolarmente sviluppato anche se ci sono le grandi arterie che uniscono il centro città alle zone più periferiche. Ma insomma, siam sempre lì, il traffico al mattino e al pomeriggio è denso e a volte talmente aggrovigliato da perderci delle ore.

Comunque è bellissimo svegliarsi all’alba e costeggiare l’Oceano Indiano. Se si apre un po’ il finestrino della macchina si è immediatamente avvolti dall’aria salmastra e dal vento che la porta. Il sole che sbuca tra i nuvoloni carichi e ancora bassi sul mare, la luce gialla e rosa, tutto rende l’Oceano di un colore indescrivibile. Sulla linea dell’orizzonte poi decine di dhow con le vele lunghe e snelle, stracarichi di pescatori. Magico.

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Benvenuti in Europa…

Ho visto da poco Benvenuti al Sud, così come avevo visto  – alla sua uscita – Bienvenue chez les Schtich’.

Che dire, Bisio e Siani sono bravi, insieme faranno faville, piacerebbero forse anche a Totò e Peppino. E’ un film ben fatto, divertente nella sua rappresentazione dello stereotipo, della banalità e del provincialismo che sempre più affliggono l’Italia e l’Europa.

Eppure la stessa rappresentazione di questi fenomeni sociali mi provoca una grande tristezza, perchè mi pare evochi la paradossale e inattesa sconfitta dell’idea stessa d’Europa e della sua cosidetta unione.

Sembrerebbe infatti che la spinta unionista non abbia che provocato una parcellizzazione esponenziale del vecchio mondo, dando vita ad una falsa idea di euro-regionalismo che lascia, al contrario, intravedere laa volontà di frammentazione dell’identità europea stessa, minacciandone non solo l’unità stabilita ma forse anche eventuali piani di ulteriore rafforzamento di cooperazione politica, economica e sociale.

Chi avrebbe mai immaginato solo 10 anni fa la reazione e l’atteggiamento di Francia e Italia rispetto alla questione Rom? E si tratta questa solo di una presa di posizione politica che scaturisce dai due regimi nazional populisti di destra? O si tratta piuttosto di una decisione cinica e marketizzata da parte di questi stessi regimi per poter cavalcare l’onda della paura di una opinione pubblica sempre più chiusa, impaurita, provinciale e cattiva?

Che tristezza. Sembrava che l’Europa avesse finalmente capito, rinata com’era da certi orrori vicini e lontani e invece, oggi, viene da pensare che se l’ombra della ragione genera mostri, anche la forzata utopia della solidarietà e della fratellanza genera orrori e barbarie che ad essa, concettualmente e paradossalmente, si oppongono.

La bellezza di tali sentimenti (solidarietà, rispetto della dignità dell’uomo e della donna) sta forse nella loro idealistica aspirazione e perde di forza nel momento del loro stesso compimento? La loro onestà e legittimità si consumano forse nel passaggio dall’idea alla sua messa in atto?

La tensione che avvolge l’essere nell’affermazione di tali valori – nel buio della crisi / tragedia umana – sembra poi affievolirsi fino a svanire del tutto nel momento in cui essi sembrerebbero dati per certi, per scontati, per attuati. Questa è forse la vera tragedia umana, la continua e infinita ricerca del Bene che poi, una volta conquistato, viene messo via, non interessa più: è la, scritto nelle nostre costituzioni, affermato, ma anche abbandonato, come molte cose del resto – e mi vengono in mente gli ascensori nelle stazioni ferroviarie italiane.

Finchè infine la sua banalizzazione, trasforma il Bene in indifferenza, noia, intolleranza, cinismo cattiveria. Come un pomodore che si rattrappisca e poi inizi a fare la muffa.

Ma allora che fare? come coinciliare il momento dell’idealizzazione dei valori più nobili dell’Uomo con la loro messa in atto? Come salvaguardarne purezza e compimento?

Non lo so. Solo pochi sanno sanno vivere nell’incertezza dell’equilibrio, nel momento esatto in cui s’intravede la luce ma si è ancora persi nel buio.

Di solito si vuole luce e chiarezza, subito.

Perchè certezza e luce sono le facili conquiste di chi ha paura di tutto e soprattutto delle proprie ombre.

 Lo stolto infatti ha bisogno di assiomi, il saggio di dubbi e paure.

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Il Mal d’Africa

Arrivi in Africa e tutto ti sembra estremo, come perennemente sospeso tra l’ignoto e il pericolo. Le formiche sono giganti, le lumache sono giganti, perfino i granchi di mare sono giganti.

E gli alberi, non solo gli incredibili baobab,

ma anche gli altri, con le radici che spaccano il terreno. E foglie tanto dense di filla, da farle sembrare ricolme dei succhi più rari.

Le acacie così frondose e fresche, i Sycomore Figs sui cui lunghissimi rami ci si vorrebbe sdraiare per godersi la vista e la brezza.

In Africa tutto questo e molto di più ci scuote, soprattutto se si arriva dall’Asia, più morbida e dolce, più apertamente seducente, meno aspra e dura.

Ho dormito una notte in una tenda sul letto del fiume. Gli elefanti, con le zebre, pascolavano li dietro, ammesso che si possa dire pascolare degli elefanti.

E delle zebre e delle giraffe…!

 

All’alba, attraverso la trama del tessuto della tenda mi è sembrato di scoppiare dalla sensazione di pura felicità, dalla freschezza dell’aria, dall’immobilità cristallina della luce di quell’attimo.

Ho pensato: io non voglio lasciare l’Africa!

E ho capito allora che voilà, mi ero ammalata anch’ io, così, come molti altri, di quel Mal d’Africa che per tanto tempo non riuscivo neanche a immaginare.

E adesso…?

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Noi cittadine del mondo…(1)

Che vita quella delle cittadine del mondo, quelle che come noi hanno imparato a racchiudere la loro vita in poche valige, pochi bauli al seguito. Vita affascinante, ricca di eccitazione per la nuova partenza, per qualcosa di nuovo che inizia, per la possibilità di poter ‘abbandonare’ cose e situazioni che ci sono venute a noia. Ma anche di momenti bui, di cose pesanti da fare e da sopportare all’arrivo, come la ricerca – spesso lunga e difficile – di una nuova casa, di una nuova scuola, di una nuova vita a tutti gli effetti. Spesso in un mondo completamente sconosciuto, dagli usi e costumi diversissimi dai nostri o da quelli a cui ci eravamo appena abituate. Una lingua diversa, un clima diverso. Affrontare tutto questo e non lasciar trapelare, soprattutto davanti ai nostri bambini più sensibili, la grande solitudine che ci prende a volte o la nostalgia di quanto appena lasciato. E i problemi pratici, come la ricerca – per alcune di noi fondamentale – di una connessione internet che ci riunisca col mondo anche se ancora accampate in due stanze, con i bauli per aria magari in una stanza d’albergo. E tutto questo con i bambini che si sentono un pò smarriti senza i loro giocattoli, senza saper che fare, dove portarli, in una città che ancora non conosciamo nè capiamo. E, spesso, anche con un compagno / marito che esce di casa al mattino e torna la sera tardi frastornato nel suo assestamento al nuovo lavoro, ai nuovi colleghi, al nuovo tutto.
 
Quante di noi hanno vissuto questi momenti? Con la mamma che a volte ci fa star peggio quando al telefono ci chiede chi ce lo fa fare di vivere così… o se abbiamo parmigiano e Lavazza al supermercato e che non capisce che è già grasso che cola se c’è un negozio di alimentari, altro che supermercato! Il parmigiano noi siamo abituate a non averlo… altrimenti ci saremmo già sparate qualche tempo fa… E soprattutto non capisce la mamma – perchè preferiamo non dirglielo – che al momento stiamo lottando contro formiche microscopiche in cucina (Dar es Salaam), scarafaggi giganti nei bagni (Islamabad), scorpioni (Erevan) o tempeste di sabbia del deserto fin dentro al frigo (Khartoum); mentre appunto i bambini vogliono andare al parco, il marito è troppo stanco per pensarci e noi stiamo segretamente considerando di usare i pochi euro che ci sono rimasti nel portafoglio per farci un biglietto di sola andata a New York…

Che vita la nostra, passata tra un cambio paese e l’altro, un’ impacchettare casa e spacchettarla di nuovo, portando i bambini a scuola nel traffico allucinante della metropoli asiatica come attraversando spaventose pozzanghere in Africa. Certo che abbiamo la patente internazionale, come faremmo sennò a guidare macchinone di 5 metri in condizioni simili? Al buio dopo il tramonto o in caso di black out? Strade piene di buchi, senza semafori, piene di gente che ti si butta letteralmente sotto le ruote. Poi fan ridere i parenti o gli amici che non si fidano a prestarti la macchina quando rientri in Italia. E che ti guardan storti se accenni alle poche cose positive che riesci a fare laggiù. Perchè certo l’idea che si ha di noi donne expat al seguito di mariti / compagni in missione all’estero è quella di donne praticamente vacue ed annoiate, novelle casalinghe borghesi pronte a passare le giornate a rifarsi le unghie, a seguire un corso di bridge o una lezione di tennis. Nessuno che ci chieda mai come diavolo riusciamo noi a riempire le nostre giornate, a Kinshasa come a Mosca, o se ci viene mai voglia di lavorare, o di occuparci di qualcosa anche senza permesso di lavoro. Già nessuno chiede, pochi domandano in maniera retorica, altri ci fanno apertamente notare che non abbiamo diritto ad una sola lamentela noi che ce la godiamo un mondo. Ma dove, domando io, a Khartoum?!

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L’Unificazione tedesca 

Sono in Tanzania, a Dar es Salaam, molto lontana dall’Europa. Eppure, dato che ormai l’Europa è un po’ ovunque, sono vicinissima alle cose che vi succedono, agli anniversari, agli eventi, alle sue celebrazioni e alle sue mitologie.

Domenica 3 ottobre,  l’Ambasciata Tedesca ha celebrato dunque i 20 anni della unificazione tedesca. L’Ambasciatore, iniziando a parlare proprio mentre le zanzare si sollevavano dal prato per andare a divorare le gambe delle signore vestite a festa (me compresa),  ha iniziato il suo breve discorso celebratorio ringraziando l’Ambasciatore della Repubblica di Corea in Tanzania per aver ceduto a lui la data del 3 ottobre e rendere cosi’ omaggio alla Unificazione tedesca in tempo reale. Infatti, a quanto pare, anche la Corea celebra una data importante il 3 di ottobre, ma evidentemente non l’unificazione delle due Coree e cosi’ la Bundesrepublik Deutschland si è aggiudicata il suo 3.Oktober.

Detto cio’, Herr Herz si è lanciato in una banalissima e brevissima celebrazione della Einheit tedesca, di quanto accadde nel 1989 prima e nel 1990 poi quando “la cosiddetta Repubblica Democratica Tedesca ha cessato di esistere unendo le sue sorti alla Repubblica Federale”.

Ora, come sarebbe a dire, cosiddetta? Questa foto è del novembre 1999, 10 anni dopo la caduta del Muro. Questo pezzo di Muro qui per fortuna non è mai caduto. È li, colorato e lungo, davanti alla (nuova) stazione di Ostbanhof, lungo la Spree, ai margini orientali del quartiere di Kreutzberg. Per fortuna c’è ancora, a ricordare che chi, allora, pochi anni fa ancora, viveva di la’ del Muro viveva davvero di la’ del Muro, in una Repubblica, quella Democratica Tedesca, la DDR, che per quanto possa essere criticata,  è tuttavia esistita, ha prodotto generazioni di cittadini, una precisa identita’ nazionale, una coscienza colletivamente condivisa e perfino una squadra di calcio – per dirla con Kapuscinsky. E intellettuali, ma anche studenti, donne e uomini che hanno sentito, sulla loro pelle, non solo il peso tremendo della Stasi ma anche la consapevolezza di un entita’ tedesca diversamente possibile. La DDR insomma, ha un suo diritto di esistere nella Memoria, non puo’ essere negata. Puo’ essere studiata, analizzata, ma altrettanto deve esser fatto per la Repubblica Federale. Non ci puo’ essere un processo diffamatorio unidirezionale, come invece da anni, a partire da Kohl, è stato praticato da chi, all’Ovest non non ha visto nè capito granchè di quello che succedeva all’Est. Il discorso celebratorio è diventato insomma presso l’Ambasciata Tedesca in Tanzania umiliante e derisorio verso chi nella Germania Orientale è nato e ha vissuto. Complimenti Herr Ambassador, un passo avanti verso l’unificazione tedesca!

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